Il potere della luce sulla materia vivente
- 13 minutes ago
- 2 min read
Pochi contributi hanno anticipato le sfide della medicina moderna con la lungimiranza di Giovan Giacomo Giordano e Leonida Santamaria. Negli anni Sessanta, i due ricercatori posero le basi della fotocancerogenesi cutanea. I loro esperimenti dimostrarono che il rischio oncologico non deriva soltanto dall'esposizione solare, ma dalla complessa interazione tra la luce e gli agenti chimici presenti nell'ambiente.

La pietra miliare fu lo studio pubblicato su Nature nel 1966: Effects of Light on 3,4-Benzpyrene Carcinogenesis. Santamaria e Giordano provarono che il 3,4-benzopirene, idrocarburo policiclico aromatico diffuso nel fumo di sigaretta e negli inquinanti industriali, vedeva la propria capacità cancerogena potenziata dalla luce. La scoperta suggerì che sostanze tossiche potessero essere attivate dalla radiazione luminosa, diventando più dannose per le cellule cutanee. Oggi definiremmo questo fenomeno un'interazione tra componenti dell'esposoma.
Queste ricerche furono anche precorritrici del moderno concetto di fattore abbronzatura. In un'epoca in cui la pelle abbronzata era considerata un simbolo di salute, i due studiosi contribuirono a chiarire che la pigmentazione è soprattutto una risposta biologica di difesa all'aggressione luminosa.
L'abbronzatura non è quindi un semplice fenomeno estetico: segnala l'attivazione della melanogenesi e di meccanismi cellulari chiamati a limitare il danno, senza tuttavia annullarlo. La loro visione anticipò il superamento del mito dell'abbronzatura "salutare" e la moderna prevenzione dermatologica.
Nel 1968 Giovan Giacomo Giordano consolidò queste intuizioni con una revisione pubblicata sulla rivista Tumori, dedicata al ruolo della luce solare nella carcinogenesi umana. Analizzò l'incidenza dei tumori nelle aree fotoesposte, correlandola all'intensità degli ultravioletti, alle condizioni atmosferiche e alla suscettibilità individuale. Formulò un'ipotesi audace: il fotodinamismo non sarebbe stato limitato ai soli raggi UV, ma avrebbe potuto coinvolgere lunghezze d'onda superiori. Oggi sappiamo che la luce può generare specie reattive dell'ossigeno, alterare il DNA e influenzare i sistemi di riparo e l'espressione genica.
Rileggere oggi quei lavori permette di coglierne il carattere profetico.
Prima che esposoma e One Health entrassero nel linguaggio scientifico, Santamaria e Giordano avevano già delineato una medicina capace di considerare insieme ambiente, agenti chimici, radiazioni e vulnerabilità biologica. La salute della pelle appariva come il risultato di un equilibrio dinamico fra organismo ed ecosistema.
Celebrare queste figure significa riconoscere il valore di una ricerca nata con mezzi limitati e straordinaria capacità di osservazione.
Per chi scrive, questo riconoscimento possiede anche una dimensione personale: Giovan Giacomo Giordano è stato mio padre.
Rileggere i suoi lavori significa riscoprire non soltanto il valore di uno scienziato, ma l'eredità intellettuale e umana che ha lasciato. È tuttavia il rigore delle intuizioni condivise con Leonida Santamaria a parlare ancora alla medicina contemporanea, ricordandoci che prevenire significa comprendere le relazioni invisibili tra luce, ambiente e biologia.
Editoriale a cura del prof. Antonio Giordano per la rubrica “Medicina gli Highlights” pubblicata su Il Mattino



Comments