La scienza del senso: perché avere uno scopo può allungarti la vita
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La storia di Viktor Frankl non è soltanto una testimonianza di straordinaria resilienza, ma l’origine di una rivoluzione nel modo in cui comprendiamo la mente umana.
Sopravvissuto agli orrori dei campi di concentramento nazisti, Frankl arrivò a una conclusione controcorrente rispetto alle grandi teorie psicologiche del suo tempo: ciò che muove davvero l’essere umano non è la ricerca del piacere o del potere, ma il bisogno di trovare un significato.
Da questa intuizione nacque la logoterapia, un approccio che oggi dialoga con le neuroscienze e con la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), disciplina che studia l’intreccio tra mente, sistema nervoso, ormoni e difese immunitarie.
In altre parole, la scienza contemporanea sta iniziando a dimostrare ciò che Frankl aveva intuito in condizioni estreme: il “senso” non è solo una questione filosofica, ma ha effetti misurabili sul corpo.
Negli ultimi anni, studi pubblicati su riviste autorevoli come Proceedings of the National Academy of Sciences hanno evidenziato una distinzione cruciale tra due forme di benessere. Da un lato quello edonico, legato al piacere immediato; dall’altro quello eudaimonico, che nasce dal perseguire uno scopo significativo. I risultati mostrano che chi vive con un forte senso di direzione esistenziale presenta un profilo biologico più favorevole: minore infiammazione cronica e una risposta immunitaria più efficace, soprattutto contro le infezioni virali.
In termini concreti, avere un “perché” sembra funzionare come una protezione biologica.

Quando percepiamo che ciò che facciamo ha valore, il cervello regola meglio la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress. Se presente in eccesso per lunghi periodi, il cortisolo può indebolire il sistema immunitario, riducendo l’efficacia di linfociti T e cellule Natural Killer, fondamentali nella difesa contro virus e cellule tumorali.
Le evidenze non si fermano qui. Studi su larga scala pubblicati su Psychological Science indicano che avere uno scopo nella vita è uno dei migliori predittori di longevità, spesso più rilevante di molte abitudini comportamentali. Ancora più impressionanti sono i dati provenienti da meta-analisi su Psychosomatic Medicine, che segnalano una riduzione significativa, intorno al 17%, del rischio di eventi cardiovascolari nelle persone con un forte senso di missione.
Il punto centrale dell’eredità di Frankl è semplice ma radicale: anche nelle condizioni più estreme, l’essere umano conserva la libertà di scegliere il proprio atteggiamento. Oggi sappiamo che questa libertà non è solo un atto interiore, ma una risorsa biologica concreta.
Il senso, infatti, non è qualcosa che si trova passivamente nel mondo esterno. È una costruzione attiva, un’interpretazione che diamo anche alle esperienze più difficili. Ed è proprio in questa scelta quotidiana, spesso silenziosa, che si gioca non solo il nostro equilibrio psicologico, ma anche la capacità del nostro organismo di mantenersi in salute.
In un’epoca segnata da disorientamento e vuoto esistenziale, riscoprire il proprio scopo non è un lusso intellettuale. È, sempre più chiaramente, una necessità biologica.
Editoriale a cura del prof. Antonio Giordano per la rubrica “Medicina gli Highlights” pubblicata su Il Mattino



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