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Sanità indietro nelle Tecnologie

  • 6 hours ago
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L’Italia della medicina vive oggi una contraddizione strutturale che rischia di compromettere la credibilità di qualsiasi strategia di innovazione a lungo termine. Da un lato, il nostro Paese esprime una leadership internazionale nella ricerca biotecnologica: nei laboratori d’eccellenza si analizza il proteoma tumorale su migliaia di variabili molecolari e si coordinano reti complesse come le 97 biobanche del nodo BBMRI.it. Dall’altro lato, questa densità di sapere scientifico fatica a tradursi in pratica clinica quotidiana, scontrandosi con una realtà ospedaliera ancora profondamente ancorata a logiche analogiche.


Questa asimmetria non rappresenta solo un ritardo tecnologico, ma una vera e propria frattura sistemica che mina alla base l’adozione dell’intelligenza artificiale (Ia).


Come evidenziato dal documento programmatico della Sbarro Health Research Organization (Shro), non è possibile costruire algoritmi sanitari su fondamenta fragili.


I numeri descrivono un panorama allarmante: il 38% degli specialisti ospedalieri documenta ancora l’attività clinica su carta o sistemi locali disconnessi, mentre solo il 2% dei dati generati viene effettivamente condiviso tra diverse applicazioni. Il risultato è che il 98% del patrimonio informativo clinico finisce sepolto in archivi digitali silenti, spesso sotto forma di Pdf non elaborabili dalle macchine.


In un’epoca in cui parliamo di medicina personalizzata multi-omica, ci troviamo nell’assurda condizione per cui un referto emesso in un centro d’eccellenza a Milano rischia di essere illeggibile per un medico a Roma.


Questa frammentazione non è un fenomeno neutro, ma un’inefficienza con costi certi e quantificabili. La sola mobilità sanitaria interregionale, alimentata dalla necessità di ripetere esami o trasferire fisicamente documentazione clinica, costa al sistema tra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno. Guardando al prossimo decennio, l’assenza di un’infrastruttura dati unitaria potrebbe pesare sulle casse dello Stato per oltre 33 miliardi di euro.

Al contrario, l’opportunità economica legata all’interoperabilità reale è enorme: l’Ecosistema Europeo dei Dati Sanitari (Ehds) stima risparmi potenziali per 11 miliardi di euro in dieci anni, derivanti da un migliore accesso ai dati per la cura e per la ricerca secondaria.


Il progetto sottolinea come l’Ia in sanità non debba essere intesa come una tecnologia sostitutiva, ma come uno strumento “Narrow”, ovvero specializzato e dipendente dal contesto. Poiché l’efficacia di un algoritmo dipende dalla qualità dei dati di addestramento, è indispensabile un processo di calibrazione locale basato sulla specifica epidemiologia e sui determinanti ambientali del territorio.

Questa necessità trasforma radicalmente il ruolo dei professionisti sanitari. Medici e infermieri non sono destinati a essere “sostituiti” dall’automazione, ma a diventare i protagonisti qualificati in questa fase di validazione clinica e del fine-tuning degli strumenti digitali.

Tuttavia, questa transizione richiede il rispetto di scadenze normative ormai imminenti: dall’obbligo di alfabetizzazione sull’Ia (già in vigore dal febbraio 2025) alla piena interoperabilità semantica prevista per il 2029. La sfida della sanità italiana non è più solo una questione di budget, ma di governance.


Editoriale a cura del Prof. Antonio Giordano dedicato alla sfida della Sanità Digitale in Italia, nato dal confronto emerso durante il forum che ha visto intervenire il professor Giordano insieme al Ministro della Salute Orazio Schillaci, il Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e i professori Giuseppe Petrella, Paolo Poletti e Mauro Moruzzi.

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